Ridere fa bene, ma lo sapevi che il tuo cervello non aspetta nemmeno la punch line per prepararsi alla risata? Gli studi di neuroscienze mostrano che il cervello anticipa l’umorismo attivando le aree prefrontali ancora prima che la barzelletta finisca. Ridiamo perché il nostro cervello ama l’incongruenza: quando si aspetta una cosa e ne arriva un’altra, scarica la tensione cognitiva accumulata sotto forma di risata. Non è magia, è chimica — dopamina e ossitocina in bella vista. E non siamo soli in questo: anche i ratti ridono, a frequenze ultrasoniche che gli esseri umani non riescono a percepire, specialmente quando vengono solleticati. I primati invece mostrano qualcosa di molto simile alla risata durante il gioco. Insomma, l’ironia è trasversale al regno animale, anche se solo noi facciamo barzellette sui napoletani. A proposito di storia: gli Antichi Romani ridevano eccome, ma i loro bersagli preferiti erano i “Absurdi” — i personaggi goffi, i provinciali, i barbari che non parlavano latino correttamente. Esisteva persino una raccolta di barzellette, la Philogelos, datata intorno al IV secolo d.C., dove medici incompetenti e studenti stupidi erano le star della comicità. Il senso dell’umorismo, insomma, non è mai stato neutro: riflette sempre chi siamo, cosa temiamo e — soprattutto — chi vogliamo prendere in giro. Con tutto il rispetto per San Pietro.
La barzelletta
Un signore molto buono muore e va in Paradiso. Poiché era davvero molto buono e in vita si era sempre comportato bene, San Pietro per ricompensarlo gli concede di esprimere un desiderio, assicurandogli che verrà esaudito.
Il signore gli dice, un po’ titubante:
– A me sarebbe sempre tanto piaciuto avere una bella macchina, una Ferrari… ma in vita non me la sono mai potuta permettere. Potrei averne una?
– Ma certo! – gli dice San Pietro. – Però devi stare attento perché non potrai fare più di 60 km all’ora!
– Oh, come mai così poco? Con una Ferrari sarebbe bello correre veloce!
– Mi spiace, ma questo è il regolamento. Il limite di velocità qui è tassativo, nessuno può fare più dei 60 all’ora.
In quel momento passa a tutta velocità un bolide — BBBBRRRRRRUUUUUUUUUUUUMMMMM BRRRRRUUUUUUUUUUUUUUUUMMMMMMM — che solleva tutte le nuvolette del Paradiso, tanto che San Pietro e il signore iniziano a tossire.
Poi il signore dice:
– Sì, altro che limite dei 60 all’ora… Quello che è appena passato, l’ha visto? Era una Ferrari Testarossa… targata Napoli… e andava almeno a 200 km all’ora!
– Sì – risponde San Pietro – l’ho visto. Ma primo, non andava a 200 km all’ora, bensì a 300; secondo, non era targato Napoli… NA sta per Nazareth… e terzo, beh… quello è il figlio del Capo.
Perché fa ridere
Il meccanismo comico si regge su un doppio colpo di scena. Il primo è visivo e sonoro: il bolide che sfreccia tra le nuvole del Paradiso rompendo ogni aspettativa di pace celestiale è già di per sé un’immagine esilarante. Il secondo — e più potente — è la rivelazione finale: NA non sta per Napoli ma per Nazareth, e il guidatore spericolato è nientemeno che Gesù. La barzelletta gioca sull’equivoco della targa, sul luogo comune legato ai guidatori partenopei e, con un finale a sorpresa, ribalta tutto trasformando una stereotipata critica campana in una gag di portata decisamente… cosmica. Il vero colpo di genio è che San Pietro non si stupisce affatto: lo dice con la naturalezza di chi quella Ferrari targata NA la conosce bene. Figlio del Capo, appunto.
